|
|
|
|
foto
e testi di Giorgio Bettinelli |
|
|

|
Questo nuovo
progetto/realtà ha preso il via il 23 aprile
(sessantesimo compleanno della Vespa)per concludersi dopo 500
giorni,giorno più giorno meno, di full immersion "on the road" nel paese
dove Giorgio vive "stanzialmente" da oltre due anni.
Un entusiasmo quasi infantile per un progetto duro, adulto, determinato;
il vento tra i capelli e gli occhi attenti, il cuore tra le nuvole e i
piedi piantati per terra, una voglia goliardica e un rispetto profondo per
intrufolarsi cinquecento giorni filati nel grande punto interrogativo che
si chiama Cina. |
|
|
|
15 febbraio 2008 … E comunque, al
di la’ dello sconsiderato Grande Balzo in Avanti (1958-61), forse
il piu’ grande disastro politico ed economico che abbia mai
colpito la Cina moderna provocando piu’ di 30 milioni di vittime,
e della scellerata Great Proletarian Cultural Revolution
(1966-76), con un prezzo in vite umane che le stime piu’ basse
calcolano in decine di milioni, e’ anche innegabile il fatto che
prima del 1949, una data che sembra ieri nell’immensa tabella del
tempo cinese, mai c’era stata la possibilita’ di una qualita’
decente di vita per il cittadino medio, per il cinese di tutti i
giorni che incontri per strada con il cellulare all’orecchio, e un
frigorifero & televisore e computer in casa, e una motocicletta o
un’automobile parcheggiata davanti alla porta o nel garage. Con la
vittoria comunista del 1949, quando Mao era ancora Mao, tutto
questo e’ diventato possibile, adesso… |
|
|
|
From China
with Italy nella memoria: Viva Mao eccetera |
31 agosto
2006 |
|


 |
|
Ricordo che da ragazzino, a 17 anni appena compiuti, ho
cominciato a recitare e a suonare in una campagnia teatrale di
Crema (Teatro Zero, si chiamava) che faceva spettacoli di
pronto intervento politicizzatissimo e rosso purpureo contro
il fermo di polizia degli anni 70, per esempio, o L’eccezione
e la regola di B.Brecht, o altre rappresentazioni cosi’
fortemente a sinistra che quasi si giravano intorno, a tutte
le Feste dell’Unita estive in Lombardia, Veneto e una volta
perfino al Festival di Avignone, e per me era una pacchia
andarci cosi’ giovane. A spettacolo finito, tra gli applausi,
tutti noi del Teatro Zero ci si schierava sul palcoscenico col
pugno sinistro alzato, e si gridava all’unisono, con
intenzione e gran voce: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse
Tung (vecchio spelling; ora si scrive Mao Zedong), viva il
compagno Giuseppe Stalin, viva il compagno Antonio Gramsci…
Adesso, a distanza di anni, tra tutti questi nomi mi sentirei
di assolvere soltanto Marx, che i milioni di morti li ha fatti
suo malgrado, e il povero Antonio, ingobbito dale sbarre e dai
Quaderni tra le sbarre.
Per un eroe nazionale che non ha un morto, o cento morti, o
milioni di morti sulla coscienza, che non ha ucciso o fatto
uccidere, ci sono cento, mille, diecimila eroi nazionali che
hanno la coscienza fetida di mille, diecimila, milioni di
morti. E B. Brecht, che cito approssimativamente, mi ritorna
in mente quando dice: “Guai alle (o povere o misere le)
nazioni che hanno bisogno di eroi!" Cioe’ tutte, piu’ o meno o
in un modo o nell'altro.
Io continuo e continuero’ a essere di sinistra, perche’
esserlo non e’ una condizione di slogan o di pungi
adolescenziali alzati sul palco o di errori fatti o di chi ha
sbagliato cosa o di schieramenti parlamentari. E’ una
condizione dell’anima e un bisogno efferrato di assorbire
cultura. E la cultura di destra qual’e’? Prezzolini, le
veline??? Con tutto il rispetto. Giorgio |
|
|
ECCO COME E'
NATO IL MIO AMORE PER LA CINA |
24 agosto 2006 |
|


 |
|
“...Vi avevo vissuto per diversi mesi nel 1982, in piena guerra
civile; vi ero ritornato durante il viaggio dall’Australia al
Sudafrica, e avevo finito col lasciarmi completamente affascinare
dal Mozambico… e da una mozambicana (Josina Alberta de Andrade /
Rua da Resistença, 20: nome e indirizzo mi erano rimasti impressi
nella memoria come due ottonari di poesia amorosa) che lavorava
all’ufficio informazioni in avenida Eduardo Mondlane, a Maputo.
Non vedo l’ora di sapere se lavora ancora lì; e intanto comincio a
uscire dal traffico concitato della città, imboccando la...”
Ero arrivato a scrivere fino a questo punto, esattamente fino a
queste ultime parole che poi confluiranno in ‘Rhapsody in Black’,
quando mio padre, il 2 novembre del 2003, proprio il giorno dei
morti, morì.
Era ammalato da alcuni mesi, e con una struggente, delicata
ostinazione non aveva voluto che lo vedessi morire, aveva
insistito perché andassi con Ya Pei ad Alghero, dove mio fratello
aveva una casa che rimaneva vuota undici mesi all’anno, e che
restassi lì a scrivere questo libro, telefonandogli anche una
volta al giorno, se avessi voluto, ma cercando di concentrarmi il
più possibile sul mio lavoro. “E’ la soluzione migliore, Giorgio;
credimi”. Con il cuore teso come una pelle di tamburo avevo finito
per credergli, e ancora adesso, a distanza di anni, non faccio che
pentirmene.
Ya Pei e io ci eravamo sposati a luglio, a Mentana, dove ho ancora
una residenza senza virtualmente risiedere da anni; mio padre si
sentiva già troppo debole per venire al matrimonio, ma con una
voce commossa e più seria del tono scanzonato con cui ultimamente
trattava la sua malattia (“Ormai mi sa che potrò uscire di casa
soltanto con i piedi in avanti!”), per telefono mi aveva detto di
essere felice, che quello era il regalo più bello che avessi
potuto fargli, e augurava a noi una vita piena di amore e di
gioia. Non l’avevo mai sentito parlare così, e non c’era un
briciolo di retorica in quelle parole così retoriche. Ya Pei,
conoscendo allora sì e no due frasi d’italiano e mio padre nessuna
d’inglese o di mandarino, era già riuscita a conquistarlo con la
bellezza della sua anima, così come aveva conquistato me.
C’eravamo conosciuti a Katmandu durante il viaggio dalla Terra del
Fuoco alla Tasmania; poi per sette mesi lei era venuta in Vespa
con me, dal Nepal all’Indonesia, e nei due anni successivi io ero
stato due volte a Taiwan e lei quattro in Italia: quel 17 luglio
eravamo entrati nel municipio di Mentana alle cinque del
pomeriggio, e alle cinque e venti stavamo già togliendoci di dosso
io un vestito tinta unita con tanto di cravatta, lei un cipao
cinese ricamato a fiori di seta, per infilarci due paia di jeans
con un paio di fedi luccicanti al dito e trovarci pronti per una
birra nel primo barettino dietro l’angolo di via Garibaldi (tutto
a Mentana fa Garibaldi, cinema, via, bar, monumento, anche se in
definitava i garibaldini ci hanno perso solo una battaglia a colpi
di chassepot – che si scriva cosi’? adesso non mi va di
controllare lo spelling su yahoo o su dove sia-).
In quegli istanti il telefono squillava: era mio padre.
Lo vedrò ancora in agosto, e per l’ultima volta il 15 di ottobre,
affacciato al davanzale della finestra a salutarci mentre
tornavamo ad Alghero, e io riprendevo a scrivere del Mozambico e
del Malawi con un chiodo piantato nella testa e le dita che ogni
tanto si bloccavano sulla tastiera. Ogni giorno gli chiedevo di
lasciarmi andare da lui, gli dicevo che mi sentivo in colpa a
stare lì, e ogni giorno lui rispondeva: “Fallo per me, Giorgio;
preferisco così. Stai lì con la tua cinesina, dammi retta”. Forse
c’eravamo così tanto abituati a volerci bene a distanza che adesso
voleva morire sapendomi lontano, per quanto fossi in Italia e non
in Congo o in Guatemala; o forse, più tragicamente, non avevo
saputo trovare io il posto che dovevo occupare in quei giorni, e
che era accanto a lui e non lontano da lui, per fargli capire con
la mia presenza e non con la mia assenza quanto lo amavo e quanto
gli ero riconoscente; per dirgli a voce quello che avevo pensato
di dirgli in una lettera che poi alla fine non ebbi il tempo, ne’
le parole, per scrivere. E anche questo non so perdonarmi.
La domenica del due novembre la sua voce è roca e quasi
impercettibile; sa già di morte, ormai ne sono sicuro, anche se
non mi sarei mai aspettato che la morte potesse venire così
presto. Senza dirglielo prendiamo il primo traghetto da Porto
Torres per Genova, e la mattina del 3 siamo in autostrada verso
casa sua… Ma non avrei mai fatto in tempo a rivederlo vivo, perché
era morto la notte prima e stava già composto in una bara con il
viso scarno che sembrava di cera e uno strano sorriso sotto i suoi
baffi bianchi come la neve, quei baffi che fin da ragazzino mi
divertivo a chiamare “Baffi d’Argento”.
Via dall’Italia, subito! Staccare tutto, spegnere tutto, scappare;
via!
Taiwan prima, per qualche mese.
Cina poi, da due anni e mezzo; con un viaggio e una casa. E forse
per sempre, tra i viaggi che verrano.
Giorgio per la memoria di Hermes, mio padre. |
|
|
|
LA STORIA
(non esattamente meravigliosa) DI LIN CHU WEN |
16 agosto
2006 |
|


 |
|
Da bambino aveva visto Mao, a Yan’An dove era nato e dove i
comunisti in lotta col Kuomingtang avevano stabilito la loro
base, tra uno spezzone di Lunga Marcia e uno spezzone di Lungo
Arrivo in cui piu’ di 60.000 persone sarebbero state
cancellate dal destino, vuoi combattendo, vuoi non
sopravvivendo agli stenti, vuoi semplicemente perche’ cosi’
doveva essere. Il suo cuore aveva cominciato a battere rosso,
solo rosso.... E c’e’ una fotografia in bianco e nero, che lui
mi mostra svellandosela dopo qualche esitazione dal taschino
della giacca, una foto sgualcita, macchiata forse d’olio e in
puro stile Anni Trenta (di quale secolo?), che lo ritrae in
terza o quarta fila (che sia lui, poi? di certo si’) con Deng
Xiao Ping in primo piano, ancora giovane e senza il vizio
delle sigarette, senza le telenovelas cinesi suo malgrado,
rigettate addosso a lui come una saga alla Dinasty o alla
Dallas.
Poi i comunisti erano andati al potere, e lui era rimasto li’
adolescente con le mani in mano, ascoltando il rimbombo da
lontano. Poi aveva conosciuto lei, e il suo cuore aveva
cominciato a battere altri battiti. Ma lei aveva raggiunto la
fanfara della Lunga Marcia arrivata finalmente a destinazione,
da ragazzina ancora, ed era andata via da lui. Spaccare pietre
ed estrarle a forza dalla montagna, con tenacia e poco
salario, era diventato il suo lavoro.
Poi e’arrivato questo, poi e’ arrivato quello, e lui sta
ancora li’, messo li’ come una cosa qualsiasi contro un muro
di mattoncini color gengive sane, nel centro esatto di due
strade che confluiscono, esattamente nel centro di nulla.
PS. Parlare cinese in Cina (malissimo ma sforzarsi di
parlarlo, e ascoltarlo a piu’ non posso) aiuta come bere birra
all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, per essere una spugna di
storie che altrimenti non ascolteresti, da astemio.
Due ore passate gomito a gomito con Lin Chu Wen, per
ascoltarlo, per spremergli parole, per cercare di capire.
La gente passa distrattamente, e lo saluta se ne ha voglia,
quasi sempre quasi mai. Poi, quando me ne vado, dopo
un’ennesima sigaretta e un’ennesima stretta di mano molle (la
sua), lui non mi guarda nemmeno e rimane li’ com’e’, immerso
in una melassa di lontananza infinita. I cinesi sono fatti
"anche" cosi’. |
|
|
La STORIA
MERAVIGLIOSA DI MA YAN |
10 agosto 2006 |
|


 |
|
Traduco liberamente, integrando con qualche informazione presa dal
web e dalla giornata speciale di oggi, copio e incollo dalla
Lonely Planet, China, Ningxia, Pag. 838: “ IL MONDO SECONDO MA YAN:
il trattamento ineguale di maschi e femmine e la poverta’ nelle
zone rurali non sono certo notizie nuove riguardo alla Cina, ma
raramente si ha la possibilita’ di osservarli da vicino e di prima
mano attraverso gli occhi di una giovane ragazza. Nel 2001, a 14
anni, Ma Yan si trovo’ faccia a faccia con un futuro abbastanza
comune per le donne cinesi: non potendo pagare le tasse
scolastiche per l’educazione di tre figli, i genitori di Ma Yan
decisero di farle abbandonare la scuola, nell’interesse dei suoi
due fratelli. I diari scolastici di Ma Yan, scritti su tre
quaderni, furono consegnati dalla madre, come un messaggio in una
bottiglia gettata nel mare da una donna anch’essa priva di
educazione e sposata a sedici anni, disperata per l’avvenire della
figlia, a un giornalista francese, Pierre Hanski, corrispondente
da Pechino per Liberation, che per caso si trovava con
un’interprete cinese nel poverissimo villaggio di Ma Yan. E la
bottiglia arrivo’ nelle mani giuste. Leggerli puo’ essere
un’esperienza scomoda – qualche giorno Ma Yan e la sua famiglia
avevano per cibo soltanto una scodella di riso, qualche altro
ancora meno-. Ma nessun altro libro puo’ portarci piu’ vicino a
capire quanto sia duro e difficile il semplice fatto di
sopravvivere nelle aree semidesertiche della provincia di Ningxia,
o l’estremita’ con cui il comunismo di Pechino sembri aver voltato
le spalle alla sua “raison d’etre” nelle aree remote e lontane dal
boom economico. La successiva traduzione e pubblicazione di
estratti dai diari di Ma Yan su Liberation non solo introdussero
il mondo esterno alla gente di Ningxia, ma cambiarono anche il
destino di centinaia di famiglie. I lettori inviarono donazioni
private perche’ Ma Yan potesse continuare a studiare, e un
crescente interesse di pubblico porto’ alla pubblicazione degli
interi diari in un libro. Royalties delle vendite e donazioni
private confluirono in un fondo che aiutasse a provvedere
l’educazione scolastica di bambini e ragazzi in tutta la
provincia. Il “Diario di Ma Yan” e’ stato finora tradotto in 17
lingue (incluso il giapponese, l’italiano, l’inglese, lo
spagnolo), e l’organizzazione Enfants du Ningxia
(www.enfantsduningxia.org) ha contribuito ad assicurare il diritto
all’educazione per molte centinaia di bambini... Niente male, per
una ragazzina di 14 anni!”
In questo momento Ma Yan e’ seduta vicino a me, e mi raggela la
pelle con uno dei sorrisi piu’ caldi che abbia mai sopportato. Poi
continua a raccontare, nel suo cinese condito di raro inglese, che
capisco profondamente senza comprendere fino in fondo. Nella nuova
casa di Wuzhong che i genitori hanno potuto comprare grazie a lei,
mi fa vedere con naturalezza, come se si trattasse di una cosa da
niente, i libri tradotti in 17 lingue; sua madre taglia delle
fette d’anguria, suo padre mi offre una sigaretta, i suoi due
fratelli sono giu’ in basso a scrutare la Vespa; e io mi sento
ripieno di gratitudine per la vita e per il destino di questa
famiglia, come un’ocarina e’ ripiena di musica. Giorgio
|
|
|
2)
VERSO LA MANCIURIA |
4
agosto 2006 |
|


 |
|
Ordunque! Risvegliatomi alla buonora dai fotoromanzi di
viaggio e dalle telenovelas sino/sentimental, eccomi qui
di buzzo buono,anche se un po' stanco e sonnolento per i
chilometri fatti oggi, a parlare di Cina e di quello che
e' venuto dopo la partenza da Pechino e la Gande Muraglia
di Badaling. Per un'altra giornata intera sono (la prima
persona singolare puo' essere a piacimento intesa come
prima persona plurale per le tre settimane a venire) nella
municipalita' di Beijing; poi a tutto gas sono/siamo nella
provincia dell'Hebei, che racchiude Pechino come Roma il
Vaticano, o il Sudafrica il Lesotho. Amministrativamente,
la Cina e' divisa in 34 tra province (tipo Yunnan e
Guangdong), municipalita' (tipo Beijing e Tianjing),
Regioni Amministrative (tipo Hong Kong e Macao), e Regioni
Autonome (tipo Inner Mongolia e Tibet). La
trentaquattresima "being" Taiwan, anche se i taiwanesi
evidentemente non sono d'accordo... Qualcosa come il
Kashmir che nelle mappe pakistane e' pakistano, in quelle
indiane e' indiano, e in quelle "neutre" non e' ne'
dell'India ne' del Pakistan. Diciamo 33. Orbene!
L'obiettivo del mio viaggio e' quello (tra l'altro, tra
l'altro, tra l'altro ma non solo!) di toccare tutte le
capitali-capoluoghi di queste 33 realta' geografiche, con
un itinerario a zigzag che sviluppato in linea retta
superera' di certo, e di gran lunga, i 50.000 Km
preventivati all'inizio. Intanto esco/usciamo dalla
striscia di Hebei, e vado/andiamo verso la Manciuria... E
comunque, per oggi, non vorrei indugiare troppo a fondo
dopo il repentino risveglio e il sole che mi ha cotto il
naso come un krafen in solitudine beata, fratello sole;
meglio andare a dormire e tanto basti, per ora...
La voglia di prendermi in giro e' uno dei regali piu'
belli che la natura mi abbia fatto, insieme a sogni che
non invecchiano e alla perseveranza nel rischiare sulla
mia pelle, nei sentimenti o nei chilometri. |
|
|
|
O tacere o
mettere l'anima in piazza. Non parlare a meta' |
3 agosto 2006 |
|


 |
|
In questo preciso momento della mia vita, se voleste avere
informazioni cinesi sulla Cina, di prima o seconda mano,
rivolgetevi a qualche altra persona, qualche altro
web/libro/articolo/viaggiatore/scrittore. In questo preciso
momento della mia vita (vale a dire adesso, immobile davanti alla
tastiera con le dita che da piu' di un'ora non riescono a
spremerle una parola) io posso parlare soltanto per me, e di me.
Dunque... Di nuovo solo, solo per scelta, per la terza volta in
tre mesi, solo come cristo o buddha o allah o confucio saggio
comandano. Tre ore fa e'ripartita, lasciandomi il retrogusto di un
calcio che avevo sulla punta dei piedi e che avrei potuto darle,
ma che per fortuna mia non ho mai dato a nessuno, tenendomi sempre
per me retrogusti e sapori. Una settimana prima era ri-riarrivata,
ritornando a Hohhot dopo l'addio di Jilin, densa di sogni e di
programmi per il futuro, il nostro... Score di Michelle che
ri-ritorna e ri-riparte: 3.
Yapei mia moglie-separati era partita in taxi giusto dieci minuti
prima che il taxi di lei arrivasse a Hohhot, senza alcuna
sincronia programmata. Era arrivata da Taiwan due settimane prima,
per chiarire le cose che non ci eravamo detti in sei anni e
rimanevano li' sospese, da Katmandu a Giacarta sulla strada, da
Crema a Milano a Roma e alla Sardegna, prima della Cina. Score di
Yapei che ri-riarriva e ri-riva' via in questo All China Tour: 2.
Vai dove ti porta il cuore??? Woww!Il mio in quel momento era in
subbuglio, fibrillava senza portarmi da nessuna parte ... E anche
stare li' fermo sul marciapiede, tra un taxi che partiva e un taxi
che arrivava, sembrava scuotermi e gelarmi come una palma
siberiana. Saliamo in camera, un'altra settimana passa con lei e
senza di lei, dal capoluogo della Inner Mongolia a quello di
Ningxia, giusto oggi. I nodi pettinati non pettinano... Ciao ciao
Michelle, nome de plume di una qualsiasi ragazza cinese che studi
inglese, e si vede affibiato dall'insegnate inglese un nome
inglese; Ru Zun era il suo nome, e ancora lo e', ma non per me. Ya
pei in inglese era Jane, per un po' Rita, per un po' Joy... ma non
per noi.
Sono sempre stato sincero con quello che volevo, ma da un anno a
questa parte solo finzioni tra me e me o capogiri, solo false
falsita' che mi sussurravo da solo.
Adesso gli occhi sono aperti, senza sogni a occhi aperti e senza
sonno! Adesso Mr Vespa va davvero per i fatti suoi. Ciao Yapei,
ciao Michelle/Ru Zun. Yapei rimarra' la mia migliore amica, ne
sono sicuro; Michelle non so. Che mai vi facciate portare da un
cuore scisso, diviso a meta'. Io non lo avevo mai fatto prima, e
averlo fatto per un anno di fila adesso mi fortifica, perche'
niente e' per niente, tutto ha un senso, o un non senso; forse
anche le zanzare. Quello che conta e' sapersi risvegliare
dall'amarezza degli incubi e sprofondare nella morbidezza, nella
meraviglia che trasuda un ALL CHINA DA SOLO! Score di Giorgio: 0
Se voleste avere informazioni cinesi sulla Cina, di prima o
seconda mano, please rivolgetevi a me. Tra un po'. |
|
1) INNER &
OUTER CHINA: la Grande Muraglia |
30 luglio 2006 |
|


 |
|
Parto da Pechino (partiamo, lei e io) dopo l'immancabile "sessione
fotografica" tra Piazza Tiananmen e la Citta' Proibita, con il
muro rosso tibetano e l'enorme ritratto del Chairman Mao che ci
guarda con un sorriso indecifrabile; e dopo una conferenza stampa
all'ambasciata italiana, con una decina di giornalisti della
capitale e un palpabile sentore di solidarieta' e simpatia per
questa nuova avventura che sta iniziando. Comincia gia' ad
imbrunire, e avremmo potuto tranquillamente partire l'indomani; ma
sarebbe stato martedi' 13 (e ne' di venere ne' di marte) e per di
piu' 13. Ogni mio viaggio era iniziato dopo una "seria" disanima
scaramantica, e cosi'avevo fatto un'affettuosa e italianissima
pressione; lei aveva semplicemente sorriso senza capire fino in
fondo, e mi aveva dato una mano a caricare i bagabli sulla Vespa.
Del resto la prima tappa che avevamo preventivato, Badaling e la
Grande Muraglia, distava soltanto 70 Km, che non avrebbero portato
via molto spazio alla notte. Uscire dalla periferia nord-ovest di
Pechino non e' facile, tra macchine, autobus, taxi, buio e buche
di una citta' che sta dandosi un lifting stratosferico per Beijing
2008, ma che in certi suoi quartieri non e' molto diversa da
quello che doveva essere Beijing 1948. Dalle parti di Shahe uno
spaccato apocalittico di trabiccoli e due/tre/quattro ruote appena
appena postrivoluzionari che ondeggiano sul manto stradale
sconnesso o sui crateri di pozzanghere, le bancharelle con lampade
fioche, le urla, i fumi volteggianti di pannocchie arrositite, i
clacson... E tutto d'un tratto, come una perla in un'ostrica
maleodorante o una cattedrale nel marasma, un MC Donald's a due
piani, sfavillante neon e stelle e strisce, la plastica multiforme
di aggeggi ludici per bambini e una domanda: perche' proprio li?
Dopo pochi minuti la strada diventa senza luci, solo quelle
accecanti che i camion ti sparano addosso venendoti incontro; e
allora per qualche secondo non vedi piu' niente, e non sai piu'
dov'e' la strada. Cominciamo a salire prima i bordi di colline
nella semi oscurita', poi quelli di montagne vere e proprie, con
curve rese viscide dalla pioggia e un camion abbagliante in
agguato dietro ogni curva... E io sempre piu' mi sento un cretino,
o peggio, peggio, per il fatto di star mettendo a repentaglio
un'altra vita inutilmente, solo in omaggio alla mia scaramanzia
che puo' andare a farsi fottere questa notte e per sempre, ma che
probabilmente non lo fara' mai e restera' nascosta in qualche
angolo di me, come un vizio o una religione che sei costretto a
rinnegare. Lei ha paura e non dice una parola, e' aggrappata con
le mani al mio giubbotto di pelle e sopporta i chilometri che
scorrono al rallentatore. Finalmente arriviamo tra le prime case
di Yianging e ci tuffiamo nella placenta di una locanda/albergo
senza pretese che ci troviamo sulla destra. E la mattina dopo, col
sole e pochi chilometri da fare, Badaling e la sua sezione di
Great Wall, inizialmente costruita durante la dinastia Ming,
massicciamente ristrutturata negli anni 50 e 80 e comunque
impressionante. Difficile da scalare a piedi tra watchtover e
gradini, dopo aver lasciato la Vespa nel parcheggio sottostante,
figuriamoci quanto difficile da costruire! " Un popolo che ha
saputo edificare un'opera come questa e' un grande popolo!", aveva
detto Richard Nixon. "Chi non ha scalato la Grande Muraglia non e'
un vero uomo!" aveva detto Mao Zedong. Frasi enfatiche e
suggestive, insieme a una suggestione ancora piu' grande: che il
Changcheng (Great Wall in cinese) sia l'unica opera fatta dalla
mano dell'uomo a essere visibile a occhio nudo dalla luna.
Suggestione suggestiva ma errata (dalla luna a occhio nudo non
sono visibili nemmeno i profili dei continenti, o degli oceani,
per non parlare di una serpentina di mattoni e pietre diroccate
larga qualche metro) smentita una volta per tutte nel 2003 dal
primo astronauta cinese in orbita nello spazio, ma che ancora
persiste e viene evocata con saccenza come una meraviglia (solo un
paio di giorni fa mi e' capitato di leggerla in un blog italiano
di viaggi/avventure/all inclusive per il mondo). Ho faticato un
pochino per convincere anche lei, che ne era convinta perche' a
scuola i testi elementari approvati da Deng Xiao Ping le avevano
insegnato cosi', ma che poi senza saccenza, in un paio di minuti,
ammette che ho ragione...
Vedremo ancora la Grande Muraglia a Shanhaiguan, nella provincia
dell'Hebei, dove dopo un percorso di 5000 Km dal deserto del Gobi
"Chancheng" incontra il mare, e una terza volta appena partiti da
Dangong, nella provincia del Liaoning, con la Corea del Nord
dall'altra parte del fiume, che in una foto indico col dito. E
proprio quella notte comincia a costruirsi tra noi un grande muro,
autoalimentandosi blocco di pietra su blocco di pietra... Una
grande muraglia, edificata da esseri umani, che dalla silenziosa
luna, in cielo, di certo si vede benissimo. |
|
|
|
Tempeste di
vento (& d'altro) in inner mongolia |
25 luglio 2006 |
|


 |
|
Vi ricordate una scena di "Dersu Uzala", quando Dersu salva la
vita al capitano (tenente, sergente, non ho mai avuto
dimestichezza con le divise e non so di preciso) russo? Mi e'
successa una cosa analoga nelle steppe dell'Asia Centrale, Borodin
sorrida, qui a ridosso della Outer Mongolia, nella Inner Mongolia
cinese; ed ero solo, senza nessun Dersu all'orizzonte apparente.
Stavo andando, placidamente andando verso Tongliao, una grossa
citta' industriale persa nel niente e in all the rest. Comincia a
piovere, ma sembra una pioggia da "azzuppaviddrano" alla Camilleri
- e non so se si scriva cosi', "azzuppaviddrano", intendo;
Camilleri lo so -. E tutto d'un tratto la pioggia diventa spessa
come una lastra di ghiaccio che ti si appiccica sulla faccia e ti
toglie il respiro; gli alberi alla mia destra e alla mia sinistra
(e chi lo sapeva piu' da che parte stavano?)vengono divelti. Freno
di colpo, provo a rallentare, provo a fermarmi, cerco un punto
d'appoggio che non avrebbe potuto sollevare ne' il mondo ne' me;
ma non ci riesco. Le folate di vento (vento?? quello non era solo
VENTO, quello era una cosa inaspettata e non provata prima ne' in
Patagonia ne' mai!) mi sbattono da una parte e dall'altra con i
piedi molli piantati per terra, finche' non mi fanno volare a
terra, terra, terra per davvero, me e la Vespa, fradicio come
brodo gelato e senza il fiato che gia' non avevo. E come si deve e
come si usa, e' gia' buio. Un camion sbuca da una curva e quasi mi
mette sotto; io non so cosa fare, cosa pensare; so solo sentirmi
perso. Rimango a guardarlo sparire nel buio, con un faro rosso
tremolante acceso e l'altro no. Dopo un'eternita' di non so quanti
minuti passa un altro camion, e rallenta, e torna indietro. Due
uomini scendono e aiutano a rimettere in piedi la Vespa e me; poi
se ne vanno fradici fino al midollo e senza troppe parole, solo un
sorriso impaurito e preoccupato per il loro destino, non per me.
Ma le loro stabili ruote sono meglio delle mie due in balia di non
so cosa ci sia piu' avanti, di cosa rimanga per me; ruote che
cerco di controllare, che cerco di non far cadere ancora a terra
con me. Dopo un'altra eternita' di minuti passa una Jeep di
persone che (lo sapro' piu' tardi al caldo di un ristorante e di
una bottiglia di baijiu, la grappa locale) stanno costruendo la
nuova autostrada, e mi aiutano, aiutano, aiutano.
Due volte ho avuto paura in 11 anni di strada: la prima per colpa
degli uomini (Congo), la seconda per colpa della natura (adesso).
E poi arriva Yapei da Taiwan, e poi ritorna Michelle da Shanghai,
e poi riparte Yapei, e io ancora non so come muovermi su queste
strade della Cina dentro, nella Cina fuori, lo sapro' un giorno,
forse, quando saro' gia' lontano.
Ricordo un commento sul blog che diceva "piu' cuore, piu' cuore!".
Eccolo qui, sulle strade tempestose della Inner Mongolia e dentro
di me. Coraggio non e' non aver paura, coraggio e' essere
impauriti e continuare ad andare. Alla prossima. Giorgio. PS. su
www.adventureone.it altro cuore e altre strade |
|
|
|
E da allora, quattrocentonovantanove ancora |
7 luglio 2006 |
|

 |
|
Superato
l'ostacolo, all'inizio apparentemente insuperabile, della
targa (prima con un logo aziendale azzurro cielo al posto
della targa, poi con una targa in simil argento con inciso, in
cinese e in inglese "All China Tour -2006-2007-, e con il
lasciapassare di una bella lettera della JV locale che si fa
garante per il mio viaggio, dandogli un credibile imprimatur
cultural/ufficiale, anche in considerazione del fatto che
questo e' l'anno Italia - Cina organizzato dall'Ambasciata di
Pechino) sono cosi'affamato di strada, strada e chilometri,
che decido di lasciare subito Foshan in sella e non in aereo
dopo aver spedito in treno la Vespa a Beijing/Pechino.
L'itinerario studiato, per una serie di considerazioni anche
climatiche, prevedeva una partenza dalla capitale cinese, non
da Foshan, agli inizi di maggio. Adesso era gia' la fine del
mese, e oltretutto non volevo candidarmi ad altre difficolta'
burocratiche per la spedizione e il ritiro del veicolo dalle
due stazioni ferroviarie, con tutta la caterva di documenti
che avrebbero comportato. No, no: meglio andarci via terra a
testa bassa, senza guardarsi troppo intorno, perdendo meno
tempo possibile, archiviando 500 o 600 Km al giorno; tanto poi
si ripassera' da queste province, attraversate ora in fretta e
furia, negli ultimi tre mesi del 2006, seguendo l'itinerario
previsto, fotografando, guardandosi intorno, scrivendo,
fermandosi dove si deve, facendo deviazioni pe vedere quello
he c'e' da vedere.
La mattina della partenza, sotto una pioggia fitta e di buon
auspicio, e' organizzata una cerimonia per l'inaugurazione del
nuovo stabilimento di Foshan, per i 60 anni della Vespa e per
l'inizio del mio viaggio, con tutti gli impiegati e i
funzionari italiani e cinesi, i 500 operai, il vice console
italiano di Canton/Guangzhou, i giornalisti e la televisione.
Mi viene fatto tagliare il nastro (e non in senso metaforico,
proprio tagliare con le forbici) per il via del Tour, davanti
a un tabellone di plastica di 3 metri per 4 con stampati gli
ingrandimenti di quattro fotografie che avevo scattato in
Yemen, Australia, Etiopia e Brasile, la mappa con l'itinerario
del nuovo All China e la biografia in cinese di questo
vespista che nei giorni precendenti avevano cominciato a
soprannominare Makke Bolo (Marco Polo N.d.A). Viene eseguita
al ritmo dei tamburi la danza del dragone come augurio di
buona fortuna, ci sono i soliti scoppi di petardi e
mortaretti, e poi via davvero, scortato fino alla periferia di
Canton da cinque moto, tra la gente che si ferma a guardare,
apre i finestrini e alza i pollici, scoppia a ridere o
semplicemente rimane perplessa alla vista di un lao wai
(straniero) su due ruote con tanto di scorta -cosa rarissima
in Cina- e di una moto mai vista prima, perche' la
Granturismo, cosi' mi hanno detto, non viene commercializzata
nel Cesleste Impero, solo a Hong Kong.
Sotto il giubbotto di pelle mi corrono brividi di benessere
totale, appagante, una sensazione che sempre ha accompagnato
la partenza di ogni nuovo viaggio, con la cosapevolezza che
per mesi, per anni il viaggio continuera'... accresciuta in
questo caso da un'implicazione sentimentale le cui carte, nel
giro di tre settimane e poco piu', la vita mischiera' alla
sanfaso', lasciandomi in bocca un sapore di moneta vecchia e
di ruggine.
Districarsi tra le vie, le tangenziali e i vicoli di Canton
fino a trovare la strada giusta non e' facile e mi portera'
via due ore buone, nonostante il bagaglio ormai acquisito di
mappe in inglese e in caratteri cinesi, di informazioni
chieste alla persona giusta (che poi "giusta" non e' quasi
mai, e molto spesso ti fa girare intorno allo stesso quartiere
come un cane che si morde la coda) e di sopportate
incomprensioni quando pronunci il nome di una citta' che credi
di pronunciare correttamente, ma di cui invece sbagli i toni.
Se dici in cinese una frase di senso compiuto, e magari un po'
lunga, ci sta che quasi tutti ti capiscano o che almeno
afferrino il senso di quello che dici, anche se i toni sono
tutti errati o approssimativi; ma prova a sbagliare i toni di
Guang-zhou, di Bei-jing o di Xi-an, e vedrai che quasi nessuno
capisce quello che vuoi dire, anche se stai soltanto a pochi
chilometri da Guangzhou, da Beijing o da Xi'an, ed e'
lapalissiano che tu stia chiedendo come fare ad arrivarci.
In contemporanea con la strada che cercavo, finalmente
trovata, smette di piovere, un sole scialbo tremola tra la
cappa di smog e ritorna il buonumore. Una delle condizioni
indispensabili per viaggiare in Cina e' quella di mantenere
sempre la calma, di non irritarsi mai o quasi mai anche
davanti alle situazioni piu' irritanti, snervanti,
insopportabili, perche' la lingua e i caratteri cinesi a volte
sono davvero una barriera, ma arrabbiarsi o perdersi d'animo
servirebbe solo a rovinarsi il fegato... E a proposito di
inquinamento: 7 tra le 10 citta' piu' inquinate del mondo
stanno qui, nel Regno di Mezzo, e questo e' un po' meno
idilliaco del vento tra i capelli e della gioia di
allontanarsi giorno per giorno da dove sei venuto, per
diciotto mesi di fila.
Tiro dritto sull 105 passando per Jekou (Conghua in
cantonese), Xinfeng (Fengcheng in mandarino) e Lianping (sia
in mandarino sia in cantonese). Tra Chonghua e Xinfeng la
strada e' ricoperta per lunghi tratti dalle frane causate dal
tifone e dalle alluvioni di pochi giorni prima, e sui suoi
cigli, con una frequenza drammatica, camminano solitari gli
homeless/vagabondi/folli inconfondibili in Cina: vestiti (o
meglio brandelli di vestiti) unti e neri di sporco, capelli
lunghi e sguardo perso nel nulla, a volte con sorrisi
trasognati, altre con una smorfia stampata sul volto.
Poi lascio la provincia di Guangdong e col primo buio entro in
Jangxi. Notte a Longnan, dopo una tappa di 400 Km.
E questa fu la prima giornata.
Altre 499 o giu' di li' davanti alle ruote. |
|
| 80 all'ora di
quiete dopo la tempesta d'immobilita' |
28
maggio 2006 |


 |
E vvaaai, Giorgio! E che Dio, Allah, Ahura Mazda, Gesu', Wanka
Tanka, il Guru Singh e San Cristoforo siano sempre con te, anche
se la religione ufficiale del paese in cui hai scelto di mettere
le ruote dappertutto e' l'ateismo, o meglio:la superstizione
praticata con l'assiduita' di un credente vero, assorto nei riti
scaramantici che sono la sua preghiara. E allora giu' con gli
Yeeeaa ogni mille chilometri, e gli Yeeeaa Yeeeaa Yeeeaa ogni
diecimila!
Oggi primo colpo di gas; degli altri a venire vi faro' sapere.
"Buona strada!", mi avete detto in tanti. E buona strada oggi mi
dico, plagiandovi. |
|
500 giorni zigzaganti in cina |
30 marzo 2006 |


|
|
|
Proprio oggi una
nuova fumata bianca vespistica, nella mia vita. Habemus new trip,
habemus scooter, habemus 50 o 60.000 Km cinesi davanti agli occhi e in
fieri sotto le ruote; habemus una grande gioia a illanguidire i
polpastrelli sulla tastiera, e una voglia di gridare: Yeeaaa, si può
fare, si parte!!
Un paio di mesi fa, dopo quasi un anno di tentativi, ero riuscito
finalmente a ottenere la patente cinese, documento indispensabile a
uno straniero per guidare sulle strade del Celeste Impero, del Regno
di Mezzo (quella Internazionale non è riconosciuta dalle autorità, e
ce ne vuole una rilasciata appositamente dal ministero dei trasporti o
da una delle sue innumerevoli emanazioni regionali). E subito, quasi
in tempo reale col documento plastificato che m'infilavo nel taschino,
mi è venuta un'idea... Perché non cercare di realizzare un viaggio in
Vespa che tocchi tutte le 33 province in cui è diviso
amministrativamente questo enorme paese? Un viaggio su due ruote
attraverso i sogni, gli incubi e i risvegli di una Cina che sta
vivendo un cambiamento epocale; per guardare ciò che si può vedere e
cercare d'intuire ciò che è nascosto nella storia millenaria e
nell'attualità di una nazione che sta vivendo un processo di
cambiamento unico per magnitudo, varianza e rapidità di evoluzione...:
All China By Vespa, perché no?!
Sono tornato di corsa in Italia per mettermi d'impegno a trasformare
un progetto in realtà, per dare ruote a un sogno. Nel frattempo, per
scaramanzia (e io sono uno che di pratiche scaramantiche ne ha a
quintalate),non ho vuluto aggiornare il blog finché la fumata non
fosse stata bianca, e così il Joao di "ciascuno a suo modo" è rimasto
imperterrito al suo posto mentre fervevano telefonate,
mail,incontri,dialoghi via messenger e uno scapiccollarsi tra Milano,Pontedera,
Roma... E solo oggi è arrivato il momento degli Yeeaaa, dei
polpastrelli illanguiditi sui tasti, del "via libera" per parlare di
questo nuovo progetto/realtà che prenderà il via da Hong Kong il 23
aprile (sessantesimo compleanno della Vespa)per concludersi dopo 500
giorni,giorno più giorno meno, di full immersion "on the road" nel
paese dove vivo "stanzialmente" da oltre due anni.
500 giorni almeno, perché per un raid esaustivo delle 33 province sono
necessarie due estati piene,una per il Nord Est della Cina
(maggio-settembre 2006), una per il Nord Ovest, estate 2007 (e tra le
due estati tutto quello che c'è in mezzo a queste due entità
geografiche).Inner Mongolia o Heilongjiang, Tibet o Xingjiang,
infatti, attraversati in inverno vorrebbero dire 30 o 40 gradi sotto
zero, e con un veicolo scoperto non è proprio cosa.
E adesso, dopo un'ultima telefonata (quella più importante), posso
concedermi di non stare più nella pelle, di avere la fissità di un
sorriso ebete e volitivo inchiodata tra le labbra, d'immaginarmi a
occhi aperti tra Urumuqi e la Via della Seta, Xi'an e il Fiume Giallo,
Lahsa e Pechino; tra le lanterne di carta e le ninfee sotto i ponti
iconografici(e tra mille altre immagini meno oniriche, più stridenti e
desolate, più incomprensibili e tacitanti entusiasmi), sapendo che tra
qualche settimana o mese ci sarò davvero, per dare gas e allontanarmi
da lì dopo aver cercato di succhiarne il senso.
Un entusiasmo quasi infantile per un progetto duro, adulto,
determinato; il vento tra i capelli e gli occhi attenti, il cuore tra
le nuvole e i piedi piantati per terra, una voglia goliardica e un
rispetto profondo per intrufolarsi cinquecento giorni filati nel
grande punto interrogativo che si chiama Cina.
|
|
|
|