CINA: la bandiera

 

ALL CHINA by Vespa ! Il giro della Cina in Vespa 

 

CINA: la bandiera

 

 

 foto e testi di Giorgio Bettinelli


 

Questo nuovo progetto/realtà  ha preso il via il 23 aprile (sessantesimo compleanno della Vespa)per concludersi dopo 500 giorni,giorno più giorno meno, di full immersion "on the road" nel paese dove Giorgio vive "stanzialmente" da oltre due anni.
Un entusiasmo quasi infantile per un progetto duro, adulto, determinato; il vento tra i capelli e gli occhi attenti, il cuore tra le nuvole e i piedi piantati per terra, una voglia goliardica e un rispetto profondo per intrufolarsi cinquecento giorni filati nel grande punto interrogativo che si chiama Cina.

 
15 febbraio 2008 … E comunque, al di la’ dello sconsiderato Grande Balzo in Avanti (1958-61), forse il piu’ grande disastro politico ed economico che abbia mai colpito la Cina moderna provocando piu’ di 30 milioni di vittime, e della scellerata Great Proletarian Cultural Revolution (1966-76), con un prezzo in vite umane che le stime piu’ basse calcolano in decine di milioni, e’ anche innegabile il fatto che prima del 1949, una data che sembra ieri nell’immensa tabella del tempo cinese, mai c’era stata la possibilita’ di una qualita’ decente di vita per il cittadino medio, per il cinese di tutti i giorni che incontri per strada con il cellulare all’orecchio, e un frigorifero & televisore e computer in casa, e una motocicletta o un’automobile parcheggiata davanti alla porta o nel garage. Con la vittoria comunista del 1949, quando Mao era ancora Mao, tutto questo e’ diventato possibile, adesso…
 

From China with Italy nella memoria: Viva Mao eccetera

31 agosto 2006



Ricordo che da ragazzino, a 17 anni appena compiuti, ho cominciato a recitare e a suonare in una campagnia teatrale di Crema (Teatro Zero, si chiamava) che faceva spettacoli di pronto intervento politicizzatissimo e rosso purpureo contro il fermo di polizia degli anni 70, per esempio, o L’eccezione e la regola di B.Brecht, o altre rappresentazioni cosi’ fortemente a sinistra che quasi si giravano intorno, a tutte le Feste dell’Unita estive in Lombardia, Veneto e una volta perfino al Festival di Avignone, e per me era una pacchia andarci cosi’ giovane. A spettacolo finito, tra gli applausi, tutti noi del Teatro Zero ci si schierava sul palcoscenico col pugno sinistro alzato, e si gridava all’unisono, con intenzione e gran voce: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung (vecchio spelling; ora si scrive Mao Zedong), viva il compagno Giuseppe Stalin, viva il compagno Antonio Gramsci…
Adesso, a distanza di anni, tra tutti questi nomi mi sentirei di assolvere soltanto Marx, che i milioni di morti li ha fatti suo malgrado, e il povero Antonio, ingobbito dale sbarre e dai Quaderni tra le sbarre.
Per un eroe nazionale che non ha un morto, o cento morti, o milioni di morti sulla coscienza, che non ha ucciso o fatto uccidere, ci sono cento, mille, diecimila eroi nazionali che hanno la coscienza fetida di mille, diecimila, milioni di morti. E B. Brecht, che cito approssimativamente, mi ritorna in mente quando dice: “Guai alle (o povere o misere le) nazioni che hanno bisogno di eroi!" Cioe’ tutte, piu’ o meno o in un modo o nell'altro.
Io continuo e continuero’ a essere di sinistra, perche’ esserlo non e’ una condizione di slogan o di pungi adolescenziali alzati sul palco o di errori fatti o di chi ha sbagliato cosa o di schieramenti parlamentari. E’ una condizione dell’anima e un bisogno efferrato di assorbire cultura. E la cultura di destra qual’e’? Prezzolini, le veline??? Con tutto il rispetto. Giorgio

 

ECCO COME E' NATO IL MIO AMORE PER LA CINA

24 agosto 2006



“...Vi avevo vissuto per diversi mesi nel 1982, in piena guerra civile; vi ero ritornato durante il viaggio dall’Australia al Sudafrica, e avevo finito col lasciarmi completamente affascinare dal Mozambico… e da una mozambicana (Josina Alberta de Andrade / Rua da Resistença, 20: nome e indirizzo mi erano rimasti impressi nella memoria come due ottonari di poesia amorosa) che lavorava all’ufficio informazioni in avenida Eduardo Mondlane, a Maputo. Non vedo l’ora di sapere se lavora ancora lì; e intanto comincio a uscire dal traffico concitato della città, imboccando la...”
Ero arrivato a scrivere fino a questo punto, esattamente fino a queste ultime parole che poi confluiranno in ‘Rhapsody in Black’, quando mio padre, il 2 novembre del 2003, proprio il giorno dei morti, morì.
Era ammalato da alcuni mesi, e con una struggente, delicata ostinazione non aveva voluto che lo vedessi morire, aveva insistito perché andassi con Ya Pei ad Alghero, dove mio fratello aveva una casa che rimaneva vuota undici mesi all’anno, e che restassi lì a scrivere questo libro, telefonandogli anche una volta al giorno, se avessi voluto, ma cercando di concentrarmi il più possibile sul mio lavoro. “E’ la soluzione migliore, Giorgio; credimi”. Con il cuore teso come una pelle di tamburo avevo finito per credergli, e ancora adesso, a distanza di anni, non faccio che pentirmene.
Ya Pei e io ci eravamo sposati a luglio, a Mentana, dove ho ancora una residenza senza virtualmente risiedere da anni; mio padre si sentiva già troppo debole per venire al matrimonio, ma con una voce commossa e più seria del tono scanzonato con cui ultimamente trattava la sua malattia (“Ormai mi sa che potrò uscire di casa soltanto con i piedi in avanti!”), per telefono mi aveva detto di essere felice, che quello era il regalo più bello che avessi potuto fargli, e augurava a noi una vita piena di amore e di gioia. Non l’avevo mai sentito parlare così, e non c’era un briciolo di retorica in quelle parole così retoriche. Ya Pei, conoscendo allora sì e no due frasi d’italiano e mio padre nessuna d’inglese o di mandarino, era già riuscita a conquistarlo con la bellezza della sua anima, così come aveva conquistato me. C’eravamo conosciuti a Katmandu durante il viaggio dalla Terra del Fuoco alla Tasmania; poi per sette mesi lei era venuta in Vespa con me, dal Nepal all’Indonesia, e nei due anni successivi io ero stato due volte a Taiwan e lei quattro in Italia: quel 17 luglio eravamo entrati nel municipio di Mentana alle cinque del pomeriggio, e alle cinque e venti stavamo già togliendoci di dosso io un vestito tinta unita con tanto di cravatta, lei un cipao cinese ricamato a fiori di seta, per infilarci due paia di jeans con un paio di fedi luccicanti al dito e trovarci pronti per una birra nel primo barettino dietro l’angolo di via Garibaldi (tutto a Mentana fa Garibaldi, cinema, via, bar, monumento, anche se in definitava i garibaldini ci hanno perso solo una battaglia a colpi di chassepot – che si scriva cosi’? adesso non mi va di controllare lo spelling su yahoo o su dove sia-).
In quegli istanti il telefono squillava: era mio padre.
Lo vedrò ancora in agosto, e per l’ultima volta il 15 di ottobre, affacciato al davanzale della finestra a salutarci mentre tornavamo ad Alghero, e io riprendevo a scrivere del Mozambico e del Malawi con un chiodo piantato nella testa e le dita che ogni tanto si bloccavano sulla tastiera. Ogni giorno gli chiedevo di lasciarmi andare da lui, gli dicevo che mi sentivo in colpa a stare lì, e ogni giorno lui rispondeva: “Fallo per me, Giorgio; preferisco così. Stai lì con la tua cinesina, dammi retta”. Forse c’eravamo così tanto abituati a volerci bene a distanza che adesso voleva morire sapendomi lontano, per quanto fossi in Italia e non in Congo o in Guatemala; o forse, più tragicamente, non avevo saputo trovare io il posto che dovevo occupare in quei giorni, e che era accanto a lui e non lontano da lui, per fargli capire con la mia presenza e non con la mia assenza quanto lo amavo e quanto gli ero riconoscente; per dirgli a voce quello che avevo pensato di dirgli in una lettera che poi alla fine non ebbi il tempo, ne’ le parole, per scrivere. E anche questo non so perdonarmi.
La domenica del due novembre la sua voce è roca e quasi impercettibile; sa già di morte, ormai ne sono sicuro, anche se non mi sarei mai aspettato che la morte potesse venire così presto. Senza dirglielo prendiamo il primo traghetto da Porto Torres per Genova, e la mattina del 3 siamo in autostrada verso casa sua… Ma non avrei mai fatto in tempo a rivederlo vivo, perché era morto la notte prima e stava già composto in una bara con il viso scarno che sembrava di cera e uno strano sorriso sotto i suoi baffi bianchi come la neve, quei baffi che fin da ragazzino mi divertivo a chiamare “Baffi d’Argento”.
Via dall’Italia, subito! Staccare tutto, spegnere tutto, scappare; via!
Taiwan prima, per qualche mese.
Cina poi, da due anni e mezzo; con un viaggio e una casa. E forse per sempre, tra i viaggi che verrano.
Giorgio per la memoria di Hermes, mio padre.

 

 

 

LA STORIA (non esattamente meravigliosa) DI LIN CHU WEN

16 agosto 2006



Da bambino aveva visto Mao, a Yan’An dove era nato e dove i comunisti in lotta col Kuomingtang avevano stabilito la loro base, tra uno spezzone di Lunga Marcia e uno spezzone di Lungo Arrivo in cui piu’ di 60.000 persone sarebbero state cancellate dal destino, vuoi combattendo, vuoi non sopravvivendo agli stenti, vuoi semplicemente perche’ cosi’ doveva essere. Il suo cuore aveva cominciato a battere rosso, solo rosso.... E c’e’ una fotografia in bianco e nero, che lui mi mostra svellandosela dopo qualche esitazione dal taschino della giacca, una foto sgualcita, macchiata forse d’olio e in puro stile Anni Trenta (di quale secolo?), che lo ritrae in terza o quarta fila (che sia lui, poi? di certo si’) con Deng Xiao Ping in primo piano, ancora giovane e senza il vizio delle sigarette, senza le telenovelas cinesi suo malgrado, rigettate addosso a lui come una saga alla Dinasty o alla Dallas.
Poi i comunisti erano andati al potere, e lui era rimasto li’ adolescente con le mani in mano, ascoltando il rimbombo da lontano. Poi aveva conosciuto lei, e il suo cuore aveva cominciato a battere altri battiti. Ma lei aveva raggiunto la fanfara della Lunga Marcia arrivata finalmente a destinazione, da ragazzina ancora, ed era andata via da lui. Spaccare pietre ed estrarle a forza dalla montagna, con tenacia e poco salario, era diventato il suo lavoro.
Poi e’arrivato questo, poi e’ arrivato quello, e lui sta ancora li’, messo li’ come una cosa qualsiasi contro un muro di mattoncini color gengive sane, nel centro esatto di due strade che confluiscono, esattamente nel centro di nulla.

PS. Parlare cinese in Cina (malissimo ma sforzarsi di parlarlo, e ascoltarlo a piu’ non posso) aiuta come bere birra all’Oktoberfest di Monaco di Baviera, per essere una spugna di storie che altrimenti non ascolteresti, da astemio.
Due ore passate gomito a gomito con Lin Chu Wen, per ascoltarlo, per spremergli parole, per cercare di capire.
La gente passa distrattamente, e lo saluta se ne ha voglia, quasi sempre quasi mai. Poi, quando me ne vado, dopo un’ennesima sigaretta e un’ennesima stretta di mano molle (la sua), lui non mi guarda nemmeno e rimane li’ com’e’, immerso in una melassa di lontananza infinita. I cinesi sono fatti "anche" cosi’.

 

 

La STORIA MERAVIGLIOSA DI MA YAN

10 agosto 2006



Traduco liberamente, integrando con qualche informazione presa dal web e dalla giornata speciale di oggi, copio e incollo dalla Lonely Planet, China, Ningxia, Pag. 838: “ IL MONDO SECONDO MA YAN: il trattamento ineguale di maschi e femmine e la poverta’ nelle zone rurali non sono certo notizie nuove riguardo alla Cina, ma raramente si ha la possibilita’ di osservarli da vicino e di prima mano attraverso gli occhi di una giovane ragazza. Nel 2001, a 14 anni, Ma Yan si trovo’ faccia a faccia con un futuro abbastanza comune per le donne cinesi: non potendo pagare le tasse scolastiche per l’educazione di tre figli, i genitori di Ma Yan decisero di farle abbandonare la scuola, nell’interesse dei suoi due fratelli. I diari scolastici di Ma Yan, scritti su tre quaderni, furono consegnati dalla madre, come un messaggio in una bottiglia gettata nel mare da una donna anch’essa priva di educazione e sposata a sedici anni, disperata per l’avvenire della figlia, a un giornalista francese, Pierre Hanski, corrispondente da Pechino per Liberation, che per caso si trovava con un’interprete cinese nel poverissimo villaggio di Ma Yan. E la bottiglia arrivo’ nelle mani giuste. Leggerli puo’ essere un’esperienza scomoda – qualche giorno Ma Yan e la sua famiglia avevano per cibo soltanto una scodella di riso, qualche altro ancora meno-. Ma nessun altro libro puo’ portarci piu’ vicino a capire quanto sia duro e difficile il semplice fatto di sopravvivere nelle aree semidesertiche della provincia di Ningxia, o l’estremita’ con cui il comunismo di Pechino sembri aver voltato le spalle alla sua “raison d’etre” nelle aree remote e lontane dal boom economico. La successiva traduzione e pubblicazione di estratti dai diari di Ma Yan su Liberation non solo introdussero il mondo esterno alla gente di Ningxia, ma cambiarono anche il destino di centinaia di famiglie. I lettori inviarono donazioni private perche’ Ma Yan potesse continuare a studiare, e un crescente interesse di pubblico porto’ alla pubblicazione degli interi diari in un libro. Royalties delle vendite e donazioni private confluirono in un fondo che aiutasse a provvedere l’educazione scolastica di bambini e ragazzi in tutta la provincia. Il “Diario di Ma Yan” e’ stato finora tradotto in 17 lingue (incluso il giapponese, l’italiano, l’inglese, lo spagnolo), e l’organizzazione Enfants du Ningxia (www.enfantsduningxia.org) ha contribuito ad assicurare il diritto all’educazione per molte centinaia di bambini... Niente male, per una ragazzina di 14 anni!”
In questo momento Ma Yan e’ seduta vicino a me, e mi raggela la pelle con uno dei sorrisi piu’ caldi che abbia mai sopportato. Poi continua a raccontare, nel suo cinese condito di raro inglese, che capisco profondamente senza comprendere fino in fondo. Nella nuova casa di Wuzhong che i genitori hanno potuto comprare grazie a lei, mi fa vedere con naturalezza, come se si trattasse di una cosa da niente, i libri tradotti in 17 lingue; sua madre taglia delle fette d’anguria, suo padre mi offre una sigaretta, i suoi due fratelli sono giu’ in basso a scrutare la Vespa; e io mi sento ripieno di gratitudine per la vita e per il destino di questa famiglia, come un’ocarina e’ ripiena di musica. Giorgio

 

 

2) VERSO LA MANCIURIA

4 agosto 2006



Ordunque! Risvegliatomi alla buonora dai fotoromanzi di viaggio e dalle telenovelas sino/sentimental, eccomi qui di buzzo buono,anche se un po' stanco e sonnolento per i chilometri fatti oggi, a parlare di Cina e di quello che e' venuto dopo la partenza da Pechino e la Gande Muraglia di Badaling. Per un'altra giornata intera sono (la prima persona singolare puo' essere a piacimento intesa come prima persona plurale per le tre settimane a venire) nella municipalita' di Beijing; poi a tutto gas sono/siamo nella provincia dell'Hebei, che racchiude Pechino come Roma il Vaticano, o il Sudafrica il Lesotho. Amministrativamente, la Cina e' divisa in 34 tra province (tipo Yunnan e Guangdong), municipalita' (tipo Beijing e Tianjing), Regioni Amministrative (tipo Hong Kong e Macao), e Regioni Autonome (tipo Inner Mongolia e Tibet). La trentaquattresima "being" Taiwan, anche se i taiwanesi evidentemente non sono d'accordo... Qualcosa come il Kashmir che nelle mappe pakistane e' pakistano, in quelle indiane e' indiano, e in quelle "neutre" non e' ne' dell'India ne' del Pakistan. Diciamo 33. Orbene! L'obiettivo del mio viaggio e' quello (tra l'altro, tra l'altro, tra l'altro ma non solo!) di toccare tutte le capitali-capoluoghi di queste 33 realta' geografiche, con un itinerario a zigzag che sviluppato in linea retta superera' di certo, e di gran lunga, i 50.000 Km preventivati all'inizio. Intanto esco/usciamo dalla striscia di Hebei, e vado/andiamo verso la Manciuria... E comunque, per oggi, non vorrei indugiare troppo a fondo dopo il repentino risveglio e il sole che mi ha cotto il naso come un krafen in solitudine beata, fratello sole; meglio andare a dormire e tanto basti, per ora...
La voglia di prendermi in giro e' uno dei regali piu' belli che la natura mi abbia fatto, insieme a sogni che non invecchiano e alla perseveranza nel rischiare sulla mia pelle, nei sentimenti o nei chilometri.

 

 

O tacere o mettere l'anima in piazza. Non parlare a meta'

3 agosto 2006



In questo preciso momento della mia vita, se voleste avere informazioni cinesi sulla Cina, di prima o seconda mano, rivolgetevi a qualche altra persona, qualche altro web/libro/articolo/viaggiatore/scrittore. In questo preciso momento della mia vita (vale a dire adesso, immobile davanti alla tastiera con le dita che da piu' di un'ora non riescono a spremerle una parola) io posso parlare soltanto per me, e di me. Dunque... Di nuovo solo, solo per scelta, per la terza volta in tre mesi, solo come cristo o buddha o allah o confucio saggio comandano. Tre ore fa e'ripartita, lasciandomi il retrogusto di un calcio che avevo sulla punta dei piedi e che avrei potuto darle, ma che per fortuna mia non ho mai dato a nessuno, tenendomi sempre per me retrogusti e sapori. Una settimana prima era ri-riarrivata, ritornando a Hohhot dopo l'addio di Jilin, densa di sogni e di programmi per il futuro, il nostro... Score di Michelle che ri-ritorna e ri-riparte: 3.
Yapei mia moglie-separati era partita in taxi giusto dieci minuti prima che il taxi di lei arrivasse a Hohhot, senza alcuna sincronia programmata. Era arrivata da Taiwan due settimane prima, per chiarire le cose che non ci eravamo detti in sei anni e rimanevano li' sospese, da Katmandu a Giacarta sulla strada, da Crema a Milano a Roma e alla Sardegna, prima della Cina. Score di Yapei che ri-riarriva e ri-riva' via in questo All China Tour: 2.
Vai dove ti porta il cuore??? Woww!Il mio in quel momento era in subbuglio, fibrillava senza portarmi da nessuna parte ... E anche stare li' fermo sul marciapiede, tra un taxi che partiva e un taxi che arrivava, sembrava scuotermi e gelarmi come una palma siberiana. Saliamo in camera, un'altra settimana passa con lei e senza di lei, dal capoluogo della Inner Mongolia a quello di Ningxia, giusto oggi. I nodi pettinati non pettinano... Ciao ciao Michelle, nome de plume di una qualsiasi ragazza cinese che studi inglese, e si vede affibiato dall'insegnate inglese un nome inglese; Ru Zun era il suo nome, e ancora lo e', ma non per me. Ya pei in inglese era Jane, per un po' Rita, per un po' Joy... ma non per noi.
Sono sempre stato sincero con quello che volevo, ma da un anno a questa parte solo finzioni tra me e me o capogiri, solo false falsita' che mi sussurravo da solo.
Adesso gli occhi sono aperti, senza sogni a occhi aperti e senza sonno! Adesso Mr Vespa va davvero per i fatti suoi. Ciao Yapei, ciao Michelle/Ru Zun. Yapei rimarra' la mia migliore amica, ne sono sicuro; Michelle non so. Che mai vi facciate portare da un cuore scisso, diviso a meta'. Io non lo avevo mai fatto prima, e averlo fatto per un anno di fila adesso mi fortifica, perche' niente e' per niente, tutto ha un senso, o un non senso; forse anche le zanzare. Quello che conta e' sapersi risvegliare dall'amarezza degli incubi e sprofondare nella morbidezza, nella meraviglia che trasuda un ALL CHINA DA SOLO! Score di Giorgio: 0
Se voleste avere informazioni cinesi sulla Cina, di prima o seconda mano, please rivolgetevi a me. Tra un po'.

 

 

1) INNER & OUTER CHINA: la Grande Muraglia

30 luglio 2006



Parto da Pechino (partiamo, lei e io) dopo l'immancabile "sessione fotografica" tra Piazza Tiananmen e la Citta' Proibita, con il muro rosso tibetano e l'enorme ritratto del Chairman Mao che ci guarda con un sorriso indecifrabile; e dopo una conferenza stampa all'ambasciata italiana, con una decina di giornalisti della capitale e un palpabile sentore di solidarieta' e simpatia per questa nuova avventura che sta iniziando. Comincia gia' ad imbrunire, e avremmo potuto tranquillamente partire l'indomani; ma sarebbe stato martedi' 13 (e ne' di venere ne' di marte) e per di piu' 13. Ogni mio viaggio era iniziato dopo una "seria" disanima scaramantica, e cosi'avevo fatto un'affettuosa e italianissima pressione; lei aveva semplicemente sorriso senza capire fino in fondo, e mi aveva dato una mano a caricare i bagabli sulla Vespa. Del resto la prima tappa che avevamo preventivato, Badaling e la Grande Muraglia, distava soltanto 70 Km, che non avrebbero portato via molto spazio alla notte. Uscire dalla periferia nord-ovest di Pechino non e' facile, tra macchine, autobus, taxi, buio e buche di una citta' che sta dandosi un lifting stratosferico per Beijing 2008, ma che in certi suoi quartieri non e' molto diversa da quello che doveva essere Beijing 1948. Dalle parti di Shahe uno spaccato apocalittico di trabiccoli e due/tre/quattro ruote appena appena postrivoluzionari che ondeggiano sul manto stradale sconnesso o sui crateri di pozzanghere, le bancharelle con lampade fioche, le urla, i fumi volteggianti di pannocchie arrositite, i clacson... E tutto d'un tratto, come una perla in un'ostrica maleodorante o una cattedrale nel marasma, un MC Donald's a due piani, sfavillante neon e stelle e strisce, la plastica multiforme di aggeggi ludici per bambini e una domanda: perche' proprio li? Dopo pochi minuti la strada diventa senza luci, solo quelle accecanti che i camion ti sparano addosso venendoti incontro; e allora per qualche secondo non vedi piu' niente, e non sai piu' dov'e' la strada. Cominciamo a salire prima i bordi di colline nella semi oscurita', poi quelli di montagne vere e proprie, con curve rese viscide dalla pioggia e un camion abbagliante in agguato dietro ogni curva... E io sempre piu' mi sento un cretino, o peggio, peggio, per il fatto di star mettendo a repentaglio un'altra vita inutilmente, solo in omaggio alla mia scaramanzia che puo' andare a farsi fottere questa notte e per sempre, ma che probabilmente non lo fara' mai e restera' nascosta in qualche angolo di me, come un vizio o una religione che sei costretto a rinnegare. Lei ha paura e non dice una parola, e' aggrappata con le mani al mio giubbotto di pelle e sopporta i chilometri che scorrono al rallentatore. Finalmente arriviamo tra le prime case di Yianging e ci tuffiamo nella placenta di una locanda/albergo senza pretese che ci troviamo sulla destra. E la mattina dopo, col sole e pochi chilometri da fare, Badaling e la sua sezione di Great Wall, inizialmente costruita durante la dinastia Ming, massicciamente ristrutturata negli anni 50 e 80 e comunque impressionante. Difficile da scalare a piedi tra watchtover e gradini, dopo aver lasciato la Vespa nel parcheggio sottostante, figuriamoci quanto difficile da costruire! " Un popolo che ha saputo edificare un'opera come questa e' un grande popolo!", aveva detto Richard Nixon. "Chi non ha scalato la Grande Muraglia non e' un vero uomo!" aveva detto Mao Zedong. Frasi enfatiche e suggestive, insieme a una suggestione ancora piu' grande: che il Changcheng (Great Wall in cinese) sia l'unica opera fatta dalla mano dell'uomo a essere visibile a occhio nudo dalla luna. Suggestione suggestiva ma errata (dalla luna a occhio nudo non sono visibili nemmeno i profili dei continenti, o degli oceani, per non parlare di una serpentina di mattoni e pietre diroccate larga qualche metro) smentita una volta per tutte nel 2003 dal primo astronauta cinese in orbita nello spazio, ma che ancora persiste e viene evocata con saccenza come una meraviglia (solo un paio di giorni fa mi e' capitato di leggerla in un blog italiano di viaggi/avventure/all inclusive per il mondo). Ho faticato un pochino per convincere anche lei, che ne era convinta perche' a scuola i testi elementari approvati da Deng Xiao Ping le avevano insegnato cosi', ma che poi senza saccenza, in un paio di minuti, ammette che ho ragione...
Vedremo ancora la Grande Muraglia a Shanhaiguan, nella provincia dell'Hebei, dove dopo un percorso di 5000 Km dal deserto del Gobi "Chancheng" incontra il mare, e una terza volta appena partiti da Dangong, nella provincia del Liaoning, con la Corea del Nord dall'altra parte del fiume, che in una foto indico col dito. E proprio quella notte comincia a costruirsi tra noi un grande muro, autoalimentandosi blocco di pietra su blocco di pietra... Una grande muraglia, edificata da esseri umani, che dalla silenziosa luna, in cielo, di certo si vede benissimo.

 

 

 

Tempeste di vento (& d'altro) in inner mongolia

25 luglio 2006



Vi ricordate una scena di "Dersu Uzala", quando Dersu salva la vita al capitano (tenente, sergente, non ho mai avuto dimestichezza con le divise e non so di preciso) russo? Mi e' successa una cosa analoga nelle steppe dell'Asia Centrale, Borodin sorrida, qui a ridosso della Outer Mongolia, nella Inner Mongolia cinese; ed ero solo, senza nessun Dersu all'orizzonte apparente. Stavo andando, placidamente andando verso Tongliao, una grossa citta' industriale persa nel niente e in all the rest. Comincia a piovere, ma sembra una pioggia da "azzuppaviddrano" alla Camilleri - e non so se si scriva cosi', "azzuppaviddrano", intendo; Camilleri lo so -. E tutto d'un tratto la pioggia diventa spessa come una lastra di ghiaccio che ti si appiccica sulla faccia e ti toglie il respiro; gli alberi alla mia destra e alla mia sinistra (e chi lo sapeva piu' da che parte stavano?)vengono divelti. Freno di colpo, provo a rallentare, provo a fermarmi, cerco un punto d'appoggio che non avrebbe potuto sollevare ne' il mondo ne' me; ma non ci riesco. Le folate di vento (vento?? quello non era solo VENTO, quello era una cosa inaspettata e non provata prima ne' in Patagonia ne' mai!) mi sbattono da una parte e dall'altra con i piedi molli piantati per terra, finche' non mi fanno volare a terra, terra, terra per davvero, me e la Vespa, fradicio come brodo gelato e senza il fiato che gia' non avevo. E come si deve e come si usa, e' gia' buio. Un camion sbuca da una curva e quasi mi mette sotto; io non so cosa fare, cosa pensare; so solo sentirmi perso. Rimango a guardarlo sparire nel buio, con un faro rosso tremolante acceso e l'altro no. Dopo un'eternita' di non so quanti minuti passa un altro camion, e rallenta, e torna indietro. Due uomini scendono e aiutano a rimettere in piedi la Vespa e me; poi se ne vanno fradici fino al midollo e senza troppe parole, solo un sorriso impaurito e preoccupato per il loro destino, non per me. Ma le loro stabili ruote sono meglio delle mie due in balia di non so cosa ci sia piu' avanti, di cosa rimanga per me; ruote che cerco di controllare, che cerco di non far cadere ancora a terra con me. Dopo un'altra eternita' di minuti passa una Jeep di persone che (lo sapro' piu' tardi al caldo di un ristorante e di una bottiglia di baijiu, la grappa locale) stanno costruendo la nuova autostrada, e mi aiutano, aiutano, aiutano.
Due volte ho avuto paura in 11 anni di strada: la prima per colpa degli uomini (Congo), la seconda per colpa della natura (adesso). E poi arriva Yapei da Taiwan, e poi ritorna Michelle da Shanghai, e poi riparte Yapei, e io ancora non so come muovermi su queste strade della Cina dentro, nella Cina fuori, lo sapro' un giorno, forse, quando saro' gia' lontano.
Ricordo un commento sul blog che diceva "piu' cuore, piu' cuore!". Eccolo qui, sulle strade tempestose della Inner Mongolia e dentro di me. Coraggio non e' non aver paura, coraggio e' essere impauriti e continuare ad andare. Alla prossima. Giorgio. PS. su www.adventureone.it altro cuore e altre strade

 

 

E da allora, quattrocentonovantanove ancora

7 luglio 2006



Superato l'ostacolo, all'inizio apparentemente insuperabile, della targa (prima con un logo aziendale azzurro cielo al posto della targa, poi con una targa in simil argento con inciso, in cinese e in inglese "All China Tour -2006-2007-, e con il lasciapassare di una bella lettera della JV locale che si fa garante per il mio viaggio, dandogli un credibile imprimatur cultural/ufficiale, anche in considerazione del fatto che questo e' l'anno Italia - Cina organizzato dall'Ambasciata di Pechino) sono cosi'affamato di strada, strada e chilometri, che decido di lasciare subito Foshan in sella e non in aereo dopo aver spedito in treno la Vespa a Beijing/Pechino. L'itinerario studiato, per una serie di considerazioni anche climatiche, prevedeva una partenza dalla capitale cinese, non da Foshan, agli inizi di maggio. Adesso era gia' la fine del mese, e oltretutto non volevo candidarmi ad altre difficolta' burocratiche per la spedizione e il ritiro del veicolo dalle due stazioni ferroviarie, con tutta la caterva di documenti che avrebbero comportato. No, no: meglio andarci via terra a testa bassa, senza guardarsi troppo intorno, perdendo meno tempo possibile, archiviando 500 o 600 Km al giorno; tanto poi si ripassera' da queste province, attraversate ora in fretta e furia, negli ultimi tre mesi del 2006, seguendo l'itinerario previsto, fotografando, guardandosi intorno, scrivendo, fermandosi dove si deve, facendo deviazioni pe vedere quello he c'e' da vedere.
La mattina della partenza, sotto una pioggia fitta e di buon auspicio, e' organizzata una cerimonia per l'inaugurazione del nuovo stabilimento di Foshan, per i 60 anni della Vespa e per l'inizio del mio viaggio, con tutti gli impiegati e i funzionari italiani e cinesi, i 500 operai, il vice console italiano di Canton/Guangzhou, i giornalisti e la televisione. Mi viene fatto tagliare il nastro (e non in senso metaforico, proprio tagliare con le forbici) per il via del Tour, davanti a un tabellone di plastica di 3 metri per 4 con stampati gli ingrandimenti di quattro fotografie che avevo scattato in Yemen, Australia, Etiopia e Brasile, la mappa con l'itinerario del nuovo All China e la biografia in cinese di questo vespista che nei giorni precendenti avevano cominciato a soprannominare Makke Bolo (Marco Polo N.d.A). Viene eseguita al ritmo dei tamburi la danza del dragone come augurio di buona fortuna, ci sono i soliti scoppi di petardi e mortaretti, e poi via davvero, scortato fino alla periferia di Canton da cinque moto, tra la gente che si ferma a guardare, apre i finestrini e alza i pollici, scoppia a ridere o semplicemente rimane perplessa alla vista di un lao wai (straniero) su due ruote con tanto di scorta -cosa rarissima in Cina- e di una moto mai vista prima, perche' la Granturismo, cosi' mi hanno detto, non viene commercializzata nel Cesleste Impero, solo a Hong Kong.
Sotto il giubbotto di pelle mi corrono brividi di benessere totale, appagante, una sensazione che sempre ha accompagnato la partenza di ogni nuovo viaggio, con la cosapevolezza che per mesi, per anni il viaggio continuera'... accresciuta in questo caso da un'implicazione sentimentale le cui carte, nel giro di tre settimane e poco piu', la vita mischiera' alla sanfaso', lasciandomi in bocca un sapore di moneta vecchia e di ruggine.
Districarsi tra le vie, le tangenziali e i vicoli di Canton fino a trovare la strada giusta non e' facile e mi portera' via due ore buone, nonostante il bagaglio ormai acquisito di mappe in inglese e in caratteri cinesi, di informazioni chieste alla persona giusta (che poi "giusta" non e' quasi mai, e molto spesso ti fa girare intorno allo stesso quartiere come un cane che si morde la coda) e di sopportate incomprensioni quando pronunci il nome di una citta' che credi di pronunciare correttamente, ma di cui invece sbagli i toni. Se dici in cinese una frase di senso compiuto, e magari un po' lunga, ci sta che quasi tutti ti capiscano o che almeno afferrino il senso di quello che dici, anche se i toni sono tutti errati o approssimativi; ma prova a sbagliare i toni di Guang-zhou, di Bei-jing o di Xi-an, e vedrai che quasi nessuno capisce quello che vuoi dire, anche se stai soltanto a pochi chilometri da Guangzhou, da Beijing o da Xi'an, ed e' lapalissiano che tu stia chiedendo come fare ad arrivarci.
In contemporanea con la strada che cercavo, finalmente trovata, smette di piovere, un sole scialbo tremola tra la cappa di smog e ritorna il buonumore. Una delle condizioni indispensabili per viaggiare in Cina e' quella di mantenere sempre la calma, di non irritarsi mai o quasi mai anche davanti alle situazioni piu' irritanti, snervanti, insopportabili, perche' la lingua e i caratteri cinesi a volte sono davvero una barriera, ma arrabbiarsi o perdersi d'animo servirebbe solo a rovinarsi il fegato... E a proposito di inquinamento: 7 tra le 10 citta' piu' inquinate del mondo stanno qui, nel Regno di Mezzo, e questo e' un po' meno idilliaco del vento tra i capelli e della gioia di allontanarsi giorno per giorno da dove sei venuto, per diciotto mesi di fila.
Tiro dritto sull 105 passando per Jekou (Conghua in cantonese), Xinfeng (Fengcheng in mandarino) e Lianping (sia in mandarino sia in cantonese). Tra Chonghua e Xinfeng la strada e' ricoperta per lunghi tratti dalle frane causate dal tifone e dalle alluvioni di pochi giorni prima, e sui suoi cigli, con una frequenza drammatica, camminano solitari gli homeless/vagabondi/folli inconfondibili in Cina: vestiti (o meglio brandelli di vestiti) unti e neri di sporco, capelli lunghi e sguardo perso nel nulla, a volte con sorrisi trasognati, altre con una smorfia stampata sul volto.
Poi lascio la provincia di Guangdong e col primo buio entro in Jangxi. Notte a Longnan, dopo una tappa di 400 Km.
E questa fu la prima giornata.
Altre 499 o giu' di li' davanti alle ruote.

 

80 all'ora di quiete dopo la tempesta d'immobilita' 28 maggio 2006


E vvaaai, Giorgio! E che Dio, Allah, Ahura Mazda, Gesu', Wanka Tanka, il Guru Singh e San Cristoforo siano sempre con te, anche se la religione ufficiale del paese in cui hai scelto di mettere le ruote dappertutto e' l'ateismo, o meglio:la superstizione praticata con l'assiduita' di un credente vero, assorto nei riti scaramantici che sono la sua preghiara. E allora giu' con gli Yeeeaa ogni mille chilometri, e gli Yeeeaa Yeeeaa Yeeeaa ogni diecimila!
Oggi primo colpo di gas; degli altri a venire vi faro' sapere. "Buona strada!", mi avete detto in tanti. E buona strada oggi mi dico, plagiandovi.

 

500 giorni zigzaganti in cina 30 marzo 2006


 

Proprio oggi una nuova fumata bianca vespistica, nella mia vita. Habemus new trip, habemus scooter, habemus 50 o 60.000 Km cinesi davanti agli occhi e in fieri sotto le ruote; habemus una grande gioia a illanguidire i polpastrelli sulla tastiera, e una voglia di gridare: Yeeaaa, si può fare, si parte!!
Un paio di mesi fa, dopo quasi un anno di tentativi, ero riuscito finalmente a ottenere la patente cinese, documento indispensabile a uno straniero per guidare sulle strade del Celeste Impero, del Regno di Mezzo (quella Internazionale non è riconosciuta dalle autorità, e ce ne vuole una rilasciata appositamente dal ministero dei trasporti o da una delle sue innumerevoli emanazioni regionali). E subito, quasi in tempo reale col documento plastificato che m'infilavo nel taschino, mi è venuta un'idea... Perché non cercare di realizzare un viaggio in Vespa che tocchi tutte le 33 province in cui è diviso amministrativamente questo enorme paese? Un viaggio su due ruote attraverso i sogni, gli incubi e i risvegli di una Cina che sta vivendo un cambiamento epocale; per guardare ciò che si può vedere e cercare d'intuire ciò che è nascosto nella storia millenaria e nell'attualità di una nazione che sta vivendo un processo di cambiamento unico per magnitudo, varianza e rapidità di evoluzione...: All China By Vespa, perché no?!
Sono tornato di corsa in Italia per mettermi d'impegno a trasformare un progetto in realtà, per dare ruote a un sogno. Nel frattempo, per scaramanzia (e io sono uno che di pratiche scaramantiche ne ha a quintalate),non ho vuluto aggiornare il blog finché la fumata non fosse stata bianca, e così il Joao di "ciascuno a suo modo" è rimasto imperterrito al suo posto mentre fervevano telefonate, mail,incontri,dialoghi via messenger e uno scapiccollarsi tra Milano,Pontedera, Roma... E solo oggi è arrivato il momento degli Yeeaaa, dei polpastrelli illanguiditi sui tasti, del "via libera" per parlare di questo nuovo progetto/realtà che prenderà il via da Hong Kong il 23 aprile (sessantesimo compleanno della Vespa)per concludersi dopo 500 giorni,giorno più giorno meno, di full immersion "on the road" nel paese dove vivo "stanzialmente" da oltre due anni.
500 giorni almeno, perché per un raid esaustivo delle 33 province sono necessarie due estati piene,una per il Nord Est della Cina (maggio-settembre 2006), una per il Nord Ovest, estate 2007 (e tra le due estati tutto quello che c'è in mezzo a queste due entità geografiche).Inner Mongolia o Heilongjiang, Tibet o Xingjiang, infatti, attraversati in inverno vorrebbero dire 30 o 40 gradi sotto zero, e con un veicolo scoperto non è proprio cosa.
E adesso, dopo un'ultima telefonata (quella più importante), posso concedermi di non stare più nella pelle, di avere la fissità di un sorriso ebete e volitivo inchiodata tra le labbra, d'immaginarmi a occhi aperti tra Urumuqi e la Via della Seta, Xi'an e il Fiume Giallo, Lahsa e Pechino; tra le lanterne di carta e le ninfee sotto i ponti iconografici(e tra mille altre immagini meno oniriche, più stridenti e desolate, più incomprensibili e tacitanti entusiasmi), sapendo che tra qualche settimana o mese ci sarò davvero, per dare gas e allontanarmi da lì dopo aver cercato di succhiarne il senso.
Un entusiasmo quasi infantile per un progetto duro, adulto, determinato; il vento tra i capelli e gli occhi attenti, il cuore tra le nuvole e i piedi piantati per terra, una voglia goliardica e un rispetto profondo per intrufolarsi cinquecento giorni filati nel grande punto interrogativo che si chiama Cina.